Loading application...

Asset management 2030: oltre la tokenizzazione

Masse in crescita, fee sotto pressione e tokenizzazione istituzionale. La sfida per asset e wealth management è costruire infrastrutture operative

Il 74% lo fa il mercato

Un punto base vale 24,7 miliardi

Private markets: poche masse, tanti ricavi

L'AI fa risparmiare tempo. E i soldi?

Tokenizzazione: più tesoreria che retail

Chi ci guadagna davvero

Duecentoquarantasettemila miliardi di dollari. Scritto per esteso, fa ancora più effetto ed è la cifra che l'asset management mondiale potrebbe arrivare a gestire nel 2030, secondo Breaking from the Pack, il Blue Paper firmato da Morgan Stanley e Oliver Wyman. Per il 2025 la stima è di 159 mila miliardi.

Le masse in gestione (AUM) sono il numero che ogni gestore mette nella prima slide quando presenta i conti agli analisti. Per il settore nel suo complesso, la previsione di Morgan Stanley e Oliver Wyman è da festa: 88 mila miliardi in più in cinque anni.

Il guaio è come ci si arriva. Sessantacinquemila miliardi li porterebbe il mercato, senza bisogno di trovare un solo cliente nuovo. Le commissioni medie calerebbero ancora. I private markets, fermi al 15% delle masse anche nel 2030, si prendono il 39% dei ricavi, con un carico di lavoro che non ha nulla a che vedere con quello di un fondo azionario. AI e tokenizzazione possono dare una mano, purché non le si usi per mettere una pezza a processi che già non reggono.

Tre numeri da tenere a mente:

74%

La quota della crescita 2025-2030 attribuita ai mercati

Gran parte dell'aumento delle masse dipenderebbe dalla rivalutazione degli investimenti già in portafoglio

1 bp

Un punto base, cioè lo 0,01%

Su 247 mila miliardi di dollari vale 24,7 miliardi di ricavi l'anno

15% / 39%

Il peso dei private markets su masse e ricavi

Più complessità operativa significa più ricavi per dollaro gestito, ma anche più costi e responsabilità

Degli 88 mila miliardi in più previsti tra il 2025 e il 2030, la ricerca ne attribuisce 65 alla performance dei mercati. La raccolta netta, i soldi nuovi portati dai clienti, si ferma a 23. Il 74% della tabella proviene da lì.

Il meccanismo è banale. Se un fondo ha 100 investiti e il mercato fa +10%, a fine anno ne ha 110 senza aver convinto un solo cliente in più, e le commissioni si calcolano sul totale di 110. Bello, finché dura. Basta un anno storto in Borsa e lo stesso meccanismo funziona al contrario.

Non a caso, quando un gestore quotato presenta la trimestrale, gli analisti guardano prima di tutto alla raccolta netta. Lì non c'è beta che tenga: i soldi nuovi arrivano solo se qualcuno va a prenderli, cliente per cliente, e poi riesce a tenerseli. Nel 2022, con azioni e bond in calo, chi era cresciuto soltanto grazie ai rialzi se n'è accorto in fretta.

Secondo il report, la commissione media del settore scenderà da circa 35 a 32 punti base. Un punto base è lo 0,01%. Su 10.000 euro investiti, tre punti base equivalgono a 3 euro l'anno: una differenza che nessun risparmiatore noterebbe.

Solo che il settore non gestisce 10.000 euro. Ne gestirà, appunto, 247 mila miliardi di dollari e, a quella scala, ogni singolo punto base pesa 24,7 miliardi di ricavi all'anno. Tre punti fanno 74,1 miliardi. (Il conto, sia chiaro, è fatto con masse costanti e serve a capire l'ordine di grandezza.) Nessuno prevede un buco di bilancio di quella cifra.

Nelle stime del report, le masse salariali aumenterebbero del 9,2% l'anno, i ricavi del 7,5% circa. Quegli 1,7 punti di scarto sono la compressione dei margini tradotta in cifre. Il settore, per anni, ci ha risposto con le fusioni, comprando dimensioni. Funziona ancora, ma copre sempre meno: chi tiene in piedi due sistemi che fanno la stessa cosa, o a fine mese riconcilia le posizioni a mano su Excel, se ne accorgerà a bilancio prima degli altri.

Private equity, private credit, infrastrutture, immobiliare. Nel 2030, secondo il report, questi mercati rappresenterebbero circa il 15% delle masse mondiali, ma il 39% dei ricavi del settore. Un dollaro investito nei mercati privati renderebbe al gestore circa 3,6 volte quanto un dollaro investito in un fondo tradizionale.

Dietro quella differenza c'è il lavoro. Un fondo chiuso con una quarantina di LP lancia una capital call e parte la trafila: quaranta avvisi da inviare, quaranta bonifici da riconciliare, il solito investitore che paga con dieci giorni di ritardo. Poi arrivano le distribuzioni, il reporting trimestrale, l'assemblea, la richiesta di un LP che vuole uscire a metà vita del fondo e ha bisogno del via libera degli altri. Avanti così per dieci anni, se va bene. Le commissioni più alte pagano anche questo.

Chi ha lavorato in un family office o in una holding conosce la scena. C'è un consiglio fra un'ora: serve il cap table aggiornato e la versione giusta, magari "cap_table_DEFINITIVO_v3_ok.xlsx", che è finita in un thread di email del mese scorso. Con 30 veicoli e due chiusure nello stesso mese, la seccatura si trasforma in un rischio operativo. È lì che standardizzare il ciclo di vita degli strumenti smette di essere un tema da back office.

Il report stima che i gestori potranno ridurre il rapporto costi/ricavi fino a 15 punti percentuali entro il 2030. Per capirci: se oggi su 100 euro di ricavi 61 euro vanno a coprire i costi, scendere a 46 euro significa tenersi in tasca 15 euro in più senza aver venduto nulla di nuovo.

E qui, inevitabilmente, si finisce per parlare di AI. Gli usi più utili sono anche i meno glamour: un modello che legge un contratto di quaranta pagine e, in un minuto, ti segnala le clausole che riguardano le commissioni, oppure che butta giù la bozza del report trimestrale partendo dai dati già caricati.

Che i gestori ci stiano provando è fuori discussione: il 55% ha già integrato l'AI in almeno una parte del processo e il 69% dice di lavorare in modo più efficiente. I costi, però, sono scesi solo del 24%. Rendimenti più alti? L'8%.

Il motivo spesso non ha nulla di tecnologico. Un analista chiude il report in due ore invece che in sei, poi ne passa tre a ricontrollare i numeri a mano, perché i dati di partenza erano sparsi tra il gestionale, due file Excel e la casella di posta del CFO. Sul conto economico, zero. Il tempo risparmiato diventa un risparmio reale solo quando qualcuno decide cosa farne: affidare più veicoli allo stesso team, per esempio, o spegnere finalmente quel vecchio sistema che nessuno usa più e che si continua a pagare. Con dati sparsi e permessi confusi, l'AI non fa altro che sbagliare più in fretta.

Chi lavora con le DLT lo sa: mettere un titolo su un registro distribuito è la parte facile. Il difficile è che, per tutta la vita dello strumento, ciò che dice il registro deve coincidere con quanto vale per legge. Basta un aumento di capitale annotato male, o un trasferimento che la legge non riconosce, e il token racconta una cosa mentre il libro soci ne racconta un'altra.

Sulle dimensioni, il report è molto ottimista: dagli attuali 40 miliardi di dollari circa si arriverebbe a 2.300 miliardi nel 2030, cinquantasette volte e mezzo. Altri scenari si muovono in un intervallo molto ampio, da 1.100 a 5.500 miliardi, segno che qui le previsioni vanno prese con le pinze.

La fetta più grossa della domanda stimata, circa 1.700 miliardi, non ha niente a che fare con il retail: sono titoli usati come collaterale. Oggi mobilitare garanzie tra due controparti significa passare per custodi e intermediari e aspettare i tempi del regolamento, mentre un titolo registrato su un'infrastruttura digitale riconosciuta e accettata dalle controparti si muove molto più rapidamente. A distanza di tempo arrivano le riserve di tesoreria (400 miliardi) e la distribuzione globale (200), che fa più notizia, ma deve ancora fare i conti con le regole dei singoli Paesi.

Dei 2.300 miliardi, poi, gli asset manager ne gestirebbero circa 1.300: il 91% istituzionale, l'81% in forma monetaria. A cambiare, nei prossimi anni, saranno soprattutto la tesoreria e le infrastrutture di mercato. Il risparmiatore che compra un decimo di appartamento dallo smartphone può aspettare.

Un conto della serva sui ricavi. Commissioni tra 10 e 30 punti base su 1.300 miliardi danno tra 1,3 e 3,9 miliardi di dollari l'anno; nel 2030 il settore dovrebbe incassarne circa 800 miliardi, quindi siamo sotto lo 0,5%. Chi pensa di arricchirsi con le fee sui token farà bene a ricalcolare. Il valore sta nella velocità con cui gli strumenti si possono usare e far girare.

I 247 mila miliardi, o qualcosa di molto vicino, probabilmente arriveranno: buona parte del lavoro lo fanno i mercati. Chi riuscirà a guadagnarci si deciderà nel back office più che in sala operativa.

Un socio vende la propria quota proprio mentre il veicolo sta deliberando un aumento di capitale. Bisogna verificare chi compra, raccogliere i consensi, aggiornare il libro soci. E fare in modo che, all'assemblea successiva, voti la persona giusta. Se ognuno di questi pezzi vive in un sistema diverso, prima o poi qualcosa si perde per strada e, con margini sempre più stretti, si crea un attrito che nessuno potrà più permettersi.

È il problema su cui lavora Fleap. Su Fleap, uno strumento nasce, viene governato e passa di mano nello stesso ambiente, che si tratti di equity, debito o della quota di un fondo. Niente da ricucire a posteriori tra tre sistemi diversi. La DLT, lì sotto, serve a una sola cosa: che i processi non si inceppino.

Crescere, il settore crescerà. Con tre punti base in meno sul piatto, però, a guadagnarci sarà soprattutto chi avrà messo ordine nei propri processi prima degli altri.

Fonte: https://www.oliverwyman.com/content/dam/oliver-wyman/v2/publications/2026/september/2026-global-wealth-and-asset-management-report.pdf