Cosa dice davvero l’IMF sulla tokenizzazione della finanza

La nuova nota dell’IMF sulla tokenizzazione spiega perché il tema non è solo tecnologico: cambiano rischio, liquidità, crisi transfrontaliere e ruolo della moneta pubblica.

Per parecchio tempo la tokenizzazione è stata raccontata quasi sempre allo stesso modo: più velocità, meno carta, meno passaggi, meno attriti.

La nuova nota del Fondo Monetario Internazionale cambia però il punto di vista. E lo cambia in modo abbastanza netto. Il messaggio, in sostanza, è questo: se la finanza diventa programmabile, allora non cambiano solo i processi. Cambiano i punti in cui il sistema concentra fiducia, rischio, liquidità e capacità di intervento pubblico. Non a caso, in apertura, il documento definisce la tokenizzazione come un cambiamento strutturale dell’architettura finanziaria, non come un semplice salto di efficienza.

È questo, secondo noi, il cuore della nota.

Non tanto il fatto che esistano nuovi strumenti digitali.
Quanto il fatto che, sotto quei nuovi strumenti, cambia proprio il modo in cui regge il sistema.

Per chi vuole inquadrare prima il contesto generale, può essere utile leggere anche il nostro approfondimento sulla tokenizzazione degli asset finanziari.

1. Il rischio non resta più dentro le istituzioni: si sposta nel codice

Il primo passaggio davvero importante della nota è anche uno dei meno intuitivi.

Nei sistemi finanziari tradizionali, quando si parla di rischio, si guarda soprattutto alle istituzioni: banche, intermediari, infrastrutture di mercato, procedure di controllo, regole prudenziali. Nella finanza tokenizzata, invece, una parte di quel rischio si sposta. E si sposta nell’infrastruttura tecnica: smart contract, dati, ledger condivisi, logiche automatiche di esecuzione.

L’IMF lo dice con chiarezza: programmabilità, registri condivisi e settlement quasi immediato finiscono per spostare il baricentro del rischio dalle istituzioni all’infrastruttura.

Detta più semplicemente: se oggi qualcosa si rompe, spesso si rompe in un soggetto o in un processo. In un sistema tokenizzato, invece, può rompersi il codice che governa il mercato stesso.

Ed è qui che il documento fa un passaggio molto forte. Se smart contract e automazioni arrivano a gestire margin call, collateral transfer o procedure di default, allora un errore nel software o un problema in un price feed può innescare reazioni immediate e a catena, prima che qualcuno riesca davvero a fermarle. Non è un rischio teorico. È, per come lo imposta l’IMF, un rischio sistemico nuovo.

La conseguenza è abbastanza chiara: nella finanza tokenizzata, la governance del codice smette di essere una questione tecnica e diventa una questione di stabilità finanziaria.

2. Il regolamento istantaneo elimina un rischio, ma ne crea un altro: la liquidità continua

A prima vista, il settlement istantaneo sembra solo un miglioramento.

Se il pagamento e il trasferimento dell’asset avvengono insieme, il rischio di controparte si riduce. Ed è vero. La nota lo riconosce apertamente. Ma subito dopo aggiunge una cosa molto interessante: i ritardi del sistema tradizionale non erano solo inefficienze da eliminare. Erano anche, in un certo senso, dei cuscinetti temporali. Servivano per compensare posizioni, mobilizzare fondi, guadagnare tempo prima della finalità del regolamento.

Se tutto si regola subito, quei buffer spariscono.

E allora il problema cambia forma. La liquidità non serve più in momenti specifici della giornata. Serve sempre. In tempo reale. In modo continuo.

Questa è forse una delle idee più utili della nota, perché aiuta a capire un punto che spesso passa in secondo piano: la velocità non rende automaticamente il sistema più stabile. In condizioni normali può anche sembrare così. In condizioni di stress, però, un sistema più veloce può diventare anche un sistema più nervoso. Margin call automatiche, richieste di collateral immediate e meno tempo per assorbire shock possono accentuare la prociclicità. E l’IMF lo dice in modo abbastanza diretto: negli ambienti tokenizzati gli eventi di stress rischiano di svilupparsi più in fretta, lasciando meno spazio all’intervento discrezionale.

È una lettura che torna utile anche guardando al modo in cui i grandi operatori stanno leggendo il tema. Su questo, si collega bene anche il nostro articolo su come BlackRock guarda alla tokenizzazione.

3. Se il mercato diventa davvero transfrontaliero, gestire una crisi può diventare molto più complicato

Questo è forse il passaggio più tecnico della nota, ma anche uno di quelli che restano di più.

Oggi i framework di gestione delle crisi finanziarie sono ancora costruiti, nella sostanza, su base nazionale. Le autorità intervengono su soggetti giuridici localizzati in una certa giurisdizione, su infrastrutture che stanno in un certo perimetro, su asset che hanno una collocazione abbastanza chiara.

La tokenizzazione complica parecchio questo schema.

Secondo l’IMF, in un sistema basato su shared ledgers, asset, passività e collateral possono muoversi attraverso più giurisdizioni a velocità macchina e senza un chiaro ancoraggio geografico. E in questi casi i punti di controllo classici rischiano di non essere più sufficienti. Le vere leve di intervento potrebbero stare in governance keys, consensus mechanisms o smart contract logic che operano oltre i confini nazionali.

Tradotto: in una crisi, le autorità potrebbero sapere che il problema c’è, ma non avere più lo stesso tipo di presa che hanno oggi.

È un punto importante, perché sposta il discorso dalla tecnologia al diritto. O meglio: al fatto che la tecnologia sta iniziando a correre più veloce dei framework giuridici con cui oggi governiamo le crisi.

4. Per le economie emergenti, la tokenizzazione può diventare un problema di sovranità monetaria

Uno dei capitoli più chiari della nota riguarda i Paesi emergenti e in via di sviluppo.

Il Fondo riconosce che la tokenizzazione può portare benefici concreti: pagamenti cross-border più rapidi, costi più bassi, più accesso ai mercati dei capitali. Ma aggiunge subito che, proprio per questi Paesi, la tokenizzazione può anche amplificare alcune fragilità strutturali.

Il punto è abbastanza semplice. Se il valore si può muovere oltrefrontiera in modo più rapido e meno costoso, allora aumenta anche il rischio di fuga dei capitali, sostituzione valutaria ed erosione della sovranità monetaria.

Qui la nota insiste su un aspetto cruciale: oggi la grande maggioranza delle stablecoin è denominata in dollari USA. E questo, in economie con monete più deboli, può rafforzare dinamiche di dollarizzazione. In altre parole, una tecnologia che promette più efficienza nei pagamenti può finire anche per svuotare, almeno in parte, il ruolo della valuta locale.

È un passaggio che colpisce per una ragione semplice: fa capire che la stessa innovazione non produce gli stessi effetti ovunque. In alcuni sistemi può migliorare l’efficienza. In altri può aumentare la vulnerabilità.

5. Alla fine, la domanda vera è: quale moneta regge il sistema?

L’ultimo grande passaggio della nota è forse quello più politico.

Il documento distingue tre categorie di moneta tokenizzata: depositi bancari tokenizzati, stablecoin regolate e wholesale CBDC. Il punto, però, non è solo descrittivo. È capire come cambia la distribuzione del rischio tra pubblico e privato a seconda della forma di moneta che regge il sistema.

Qui entra in gioco il confronto tra stablecoin e sCBDC.

L’IMF osserva che le stablecoin possono essere molto efficienti, programmabili, persino globali. Ma restano legate alla capacità dell’emittente di mantenere la convertibilità e alla liquidità reale dei mercati sottostanti. Per questo la nota suggerisce che, per certi versi, assomigliano più ai money market funds che alla moneta di banca centrale: funzionano finché la fiducia regge, ma in condizioni avverse possono diventare vulnerabili a dinamiche di run.

Nel modello sCBDC, invece, l’innovazione privata resta, ma il token è pienamente ancorato a riserve detenute presso la banca centrale. E qui sta il punto decisivo: chi garantisce davvero il sistema quando il mercato entra in stress? Il bilancio pubblico o un portafoglio di riserve private?

Messa così, la questione è molto più semplice da capire. Non si sta discutendo solo di nuovi strumenti. Si sta discutendo di dove si trova il backstop ultimo.

Per chi vuole collegare questo ragionamento al lato più operativo degli strumenti finanziari, qui può essere utile anche il nostro articolo su cosa sono e come funzionano le obbligazioni.

Conclusione

La cosa più interessante di questa nota IMF è forse proprio questa: non tratta la tokenizzazione come un trend da osservare con curiosità. La tratta come un cambiamento strutturale che obbliga a ripensare alcune fondamenta del sistema finanziario.

Il rischio si sposta.
La liquidità cambia natura.
Le crisi diventano più difficili da gestire oltreconfine.
Le economie emergenti si espongono a nuove tensioni monetarie.
E sullo sfondo resta una domanda molto semplice, ma decisiva: quale forma di moneta può reggere davvero questo sistema quando la fiducia inizia a vacillare?

È lì che la tokenizzazione smette di essere una questione di formato digitale.
E diventa, molto più chiaramente, una questione di infrastruttura.