Tokenizzazione dei fondi di investimento: cos’è, vantaggi e casi reali

La tokenizzazione dei fondi di investimento sta diventando un tema sempre più concreto. Ecco cosa significa davvero, quali vantaggi può offrire e quali casi reali stanno guidando il mercato.

Cosa significa tokenizzare un fondo di investimento

Quali fondi possono essere tokenizzati

Perché la tokenizzazione dei fondi interessa così tanto

Maggiore efficienza operativa

Maggiore tracciabilità

Migliore integrazione tra quota e processo

Nuovi modelli di distribuzione

Il caso specifico dei fondi chiusi

Il quadro normativo: perché serve precisione

Casi reali di fondi tokenizzati

Franklin Templeton

BlackRock BUIDL

Amundi

La questione della liquidità: il punto da non semplificare

Cosa ci dice questa fase del mercato

Conclusione

La tokenizzazione dei fondi di investimento è uno dei temi che stanno attirando maggiore attenzione nel mondo della finanza digitale. Per molto tempo è stata raccontata soprattutto come un’innovazione tecnologica. Oggi, invece, inizia a essere letta per quello che è davvero: un’evoluzione del modo in cui quote, registrazioni, trasferimenti e processi di gestione possono essere organizzati e amministrati.

Il punto, infatti, non è semplicemente “portare un fondo su blockchain”. Il punto è capire se la tokenizzazione può rendere più efficiente la gestione di un fondo, più ordinata la registrazione delle quote, più semplice il controllo dei trasferimenti e più strutturata la relazione tra gestore, investitori e infrastruttura operativa.

Negli ultimi mesi il tema è diventato ancora più concreto perché i casi reali iniziano a moltiplicarsi. Franklin Templeton riporta per il suo Franklin OnChain U.S. Government Money Fund un totale attivo netto di 864,36 milioni di dollari al 28 febbraio 2026, mentre la pagina di RWA.xyz dedicata al BlackRock USD Institutional Digital Liquidity Fund (BUIDL) mostra un valore totale di circa 2,20 miliardi di dollari al momento della consultazione. 

Sono segnali importanti, perché mostrano che la tokenizzazione dei fondi non riguarda più solo una possibilità teorica, ma anche prodotti che il mercato sta già osservando con attenzione.

Tokenizzare un fondo significa rappresentare quote o azioni del fondo su un’infrastruttura DLT o blockchain, così da gestirne in forma digitale proprietà, registrazioni, trasferimenti, tracciabilità e, in alcuni casi, anche determinati processi lungo il ciclo di vita del prodotto.

In pratica, la tokenizzazione introduce un layer digitale che può rendere più ordinata la gestione del fondo e delle sue quote. Questo non cambia automaticamente la natura economica del prodotto, ma può cambiare in modo significativo il modo in cui il prodotto viene amministrato.

Per questo è più corretto parlare di evoluzione infrastrutturale che di semplice innovazione tecnologica. Il valore non sta solo nel token in sé, ma nella possibilità di collegare quota, regole, registrazioni e processi all’interno di un sistema più integrato.

La tokenizzazione non riguarda una sola categoria di fondi. Può applicarsi a strutture diverse, sia più vicine ai mercati privati, sia più orientate alla liquidità e alla distribuzione istituzionale.

Tra i fondi che possono essere tokenizzati rientrano, per esempio:

fondi chiusi di private equity, venture capital o real estate, ;

fondi di credito;

fondi obbligazionari;

fondi monetari;

share class digitali di fondi già esistenti;

strutture ibride che combinano canali tradizionali e layer digitali.

Tra questi, i fondi chiusi restano uno dei casi più interessanti da osservare, soprattutto nei private markets, perché concentrano molti dei temi su cui la tokenizzazione promette maggiore efficienza: gestione delle quote, trasferimenti, tracciabilità e governance. Su questo aspetto abbiamo già pubblicato un approfondimento dedicato a come funziona un fondo di investimento chiuso. 

Allo stesso tempo, i casi internazionali più visibili oggi mostrano che il fenomeno non riguarda solo i fondi chiusi, ma anche fondi monetari e share class tokenizzate di fondi esistenti. È il caso, per esempio, della tokenised share annunciata da Amundi per il fondo monetario AMUNDI FUNDS CASH EUR. 

L’interesse crescente attorno a questo tema nasce da una serie di vantaggi potenziali che, almeno in teoria, la tokenizzazione può portare lungo la gestione del fondo.

Uno dei benefici più citati riguarda la possibilità di ridurre passaggi manuali, attività ripetitive e riconciliazioni tra registri, documenti e soggetti diversi. Nei contesti più complessi, questo può tradursi in una gestione più lineare delle quote e in una minore dispersione operativa.

La rappresentazione digitale delle quote consente di avere una registrazione più strutturata delle movimentazioni, dei trasferimenti e delle posizioni. Questo può migliorare la trasparenza operativa e rendere più semplice ricostruire la storia di una quota o di un evento rilevante.

Nei modelli più evoluti, la quota non viene solo registrata in forma digitale, ma può essere collegata a regole di eleggibilità, restrizioni ai trasferimenti, meccanismi di whitelisting o altri processi rilevanti per la gestione del fondo. In questo senso, la tokenizzazione non è solo una nuova forma di rappresentazione, ma un modo per integrare meglio dato, regole e operatività.

In alcuni casi, la tokenizzazione può facilitare la distribuzione di quote o share class dedicate a categorie specifiche di investitori. Il caso Amundi è interessante proprio per questo: non sostituisce il canale tradizionale, ma affianca al fondo una share tokenizzata, aprendo a un modello ibrido che potrebbe diventare sempre più rilevante nei prossimi anni. 

I fondi chiusi meritano un’attenzione particolare, perché rappresentano uno dei terreni in cui la tokenizzazione può risultare più interessante nei mercati privati.

Per loro natura, infatti, i fondi chiusi hanno spesso un orizzonte di lungo periodo, una minore liquidità immediata e una gestione delle quote che può diventare articolata, soprattutto quando si entra in contesti con investitori multipli, trasferimenti, governance e asset sottostanti non quotati. 

È proprio per questo che la tokenizzazione viene spesso associata a questa categoria: non perché riguardi solo i fondi chiusi, ma perché in questi veicoli il valore di una gestione più efficiente, più tracciabile e più integrata diventa particolarmente evidente.

Quando si parla di tokenizzazione dei fondi, la parte normativa va letta con attenzione.

Se il token rappresenta uno strumento che rientra già nel perimetro degli strumenti finanziari, MiCA non è automaticamente il riferimento principale. In questi casi continuano a contare il quadro della normativa finanziaria applicabile e, per le infrastrutture di mercato DLT, i regimi specifici dedicati. Nel materiale tecnico-legale Fleap, il DL Fintech viene richiamato come riferimento per la circolazione digitale di determinati strumenti finanziari su registro distribuito, includendo anche le quote di fondi/OICR italiani nel perimetro richiamato dal documento. Se fossi interessato, ne abbiamo parlato in un articolo. 

Questo passaggio è importante perché aiuta a evitare una lettura troppo semplificata del fenomeno. La tokenizzazione dei fondi non è soltanto un tema “crypto”: è, sempre di più, un tema di infrastruttura finanziaria, compliance e gestione operativa.

La crescita di attenzione su questo tema dipende anche dal fatto che oggi esistono già casi osservabili sul mercato.

Il Franklin OnChain U.S. Government Money Fund è uno dei casi più noti di fondo onchain già operativo. Sul sito ufficiale del gestore, il fondo riporta un totale attivo netto di 864,36 milioni di dollari al 28 febbraio 2026. Questo dato è rilevante perché mostra che il modello non è più solo una prova concettuale, ma una struttura già dotata di massa significativa. 

La scheda RWA.xyz dedicata al BlackRock USD Institutional Digital Liquidity Fund mostra un Total Asset Value di 2.196.862.279 dollari al momento della consultazione. Anche in questo caso, il valore del dato non è solo quantitativo: segnala che la tokenizzazione dei fondi è ormai entrata nel radar di operatori globali di primo piano. 

Amundi ha annunciato il lancio della prima tokenised share del fondo monetario AMUNDI FUNDS CASH EUR in partnership con CACEIS. È un caso particolarmente interessante perché mostra una direzione molto concreta per il mercato europeo: non rifare completamente il prodotto, ma affiancare al canale tradizionale una componente digitale capace di aprire nuove possibilità operative e distributive. 

Uno degli errori più frequenti quando si parla di tokenizzazione è immaginare che la rappresentazione digitale di un fondo generi automaticamente più liquidità.

In realtà non è così. La tokenizzazione può migliorare trasferibilità, settlement, tracciabilità e organizzazione del dato, ma non crea liquidità per definizione. La liquidità dipende da molti altri fattori: presenza di domanda, regole di accesso, mercati secondari, eleggibilità degli investitori, distribuzione del prodotto e infrastruttura che sostiene gli scambi.

È un punto fondamentale, perché aiuta a leggere il mercato in modo più maturo. Il tema vero oggi non è solo se una quota possa essere tokenizzata, ma se il sistema in cui quella quota vive riesca davvero a renderla più operativa.

La prima cosa che emerge è che la tokenizzazione dei fondi non riguarda un’unica tipologia di prodotto. I casi più visibili oggi includono fondi monetari, prodotti di liquidità istituzionale e share class tokenizzate, oltre ai fondi chiusi che continuano a essere particolarmente rilevanti nei private markets.

La seconda è che il valore della tokenizzazione si sta spostando dal piano puramente tecnologico a quello operativo. Più che chiedersi se un fondo possa essere “messo su blockchain”, oggi il mercato inizia a chiedersi se quella scelta migliori davvero gestione, governance, tracciabilità e lifecycle del prodotto.

La terza è che questo tema inizia a essere davvero interessante quando lo si legge come un tassello dell’evoluzione dei mercati privati e dell’infrastruttura finanziaria, non come una semplice estensione del lessico crypto.

La tokenizzazione dei fondi di investimento è un fenomeno reale, ma va raccontato con precisione.

Esistono diverse tipologie di fondi che possono essere tokenizzati, e tra queste rientrano anche i fondi chiusi, particolarmente rilevanti nei private markets. Ma il tema è più ampio e coinvolge anche fondi monetari, share class digitali di fondi esistenti e altri modelli ibridi che stanno emergendo a livello internazionale.

La vera domanda, quindi, non è solo se un fondo possa essere tokenizzato. La domanda è dove questa trasformazione renda davvero più semplice, più verificabile e più efficiente il modo in cui il fondo viene amministrato e gestito.

Ed è proprio qui che la tokenizzazione smette di essere una promessa astratta e inizia a diventare un tema di mercato.