Tokenizzazione securities USA: cosa è emerso dall’hearing del 25 marzo 2026

Il 25 marzo 2026 il Congresso USA ha acceso i riflettori sulla tokenizzazione dei securities: non più un test di frontiera, ma una questione concreta di infrastruttura e regole.

Un titolo è un titolo, punto 

Perché questa audizione sposta gli equilibri 

I modelli in campo: non tutto è uguale 

Le voci del mercato 

Infrastruttura regolata o finanza libera? 

Conclusione

Il 25 marzo 2026, a Washington, non è stata approvata alcuna nuova legge sulla tokenizzazione. Eppure è successo qualcosa di più significativo: la commissione per i servizi finanziari della Camera ha smesso di trattare la tokenizzazione dei titoli come un esperimento per fanatici delle crypto, portandola al centro del dibattito sulla struttura dei mercati. L’audizione “Tokenization and the Future of Securities: Modernizing Our Capital Markets” ha messo allo stesso tavolo SIFMA, Nasdaq, DTCC, Blockchain Association e Plume. Non era il solito scontro tra chi innova e chi regola, ma un confronto tecnico tra i gestori dell’infrastruttura finanziaria tradizionale e i nuovi attori on-chain.

Il memorandum della commissione parla chiaro: l’obiettivo era capire come si stia già usando la tecnologia, se le regole attuali reggano, dove servano ritocchi normativi e come proteggere gli investitori. La domanda non è più se la tokenizzazione serva, ma quale architettura serva per farla girare sul serio.

Dall'audizione è emerso un messaggio netto: la natura giuridica di un titolo non cambia solo perché lo registri su una blockchain. Il Nasdaq lo ha detto senza giri di parole: cambia il come, non il cosa. La tecnologia può velocizzare le emissioni, gli scambi e i pagamenti, ma non cancella i diritti di chi investe né i doveri di chi intermedia.

Questa linea segue quanto già indicato dalle autorità americane nei mesi scorsi. A gennaio la SEC aveva distinto tra modelli di custodia e titoli sintetici, mettendo in guardia sui rischi di scollamento tra il token e l'asset reale. A marzo, Fed e FDIC hanno ribadito che una security tokenizzata (se ancora non conosci le differenze tra i diversi token, abbiamo scritto un articolo apposta) riceve lo stesso trattamento di una classica: la vigilanza deve restare neutrale rispetto alla tecnologia adottata.

Il valore di questa giornata non sta in una riforma compiuta, ma nel cambio di passo della politica. Se il Congresso USA inizia a trattare la tokenizzazione come una questione di infrastruttura di mercato, significa che il passaggio successivo sarà decidere come regolamentarla, non se farlo.

I due disegni di legge presentati durante l'incontro lo confermano. Il primo, il Modernizing Markets Through Tokenization Act, chiede alla SEC e alla CFTC di studiare regole comuni per derivati e titoli digitali. Il secondo, il Capital Markets Technology Modernization Act, mira a consentire a fondi ed exchange di utilizzare i registri basati su blockchain come documenti ufficiali. Da un lato si cerca il coordinamento tra le autorità, dall’altro si riconosce alla blockchain la dignità di layer operativo nella contabilità.

Sotto il termine "tokenizzazione" oggi finisce di tutto, ed è qui che nasce la confusione. La SEC distingue tra i modelli in cui il token rappresenta un diritto su un titolo custodito e quelli in cui il token offre solo un'esposizione economica al prezzo. È una distinzione che pesa, perché determina chi ha la responsabilità legale in caso di errori.

Il Congresso e i testimoni hanno insistito molto sulla chiarezza: non basta "mettere un titolo su blockchain". Bisogna sapere chi controlla il registro, chi gestisce i passaggi di proprietà, chi effettua i controlli antiriciclaggio e chi risponde in caso di eventuali errori.

Quasi nessuno, tra i partecipanti, immagina un mercato senza intermediari per i titoli finanziari. Il Nasdaq punta a mercati "sempre accesi" (Always-On), in cui scambi e garanzie operano h24, ma avverte: l'innovazione non deve frammentare la liquidità né compromettere la trasparenza dei prezzi.

Il segnale più concreto è arrivato da DTCC. Dopo aver ottenuto il via libera dalla SEC a fine 2025, lancerà entro il 2026 un servizio che consentirà di gestire posizioni tramite blockchain senza uscire dal sistema istituzionale. È la prova che la finanza americana non vuole aggirare il sistema, ma portare la tecnologia all'interno del perimetro delle regole.

Plume ha invece toccato il nervo scoperto della fiscalità. Il problema sono le vecchie norme degli anni '80 (come il regime TEFRA) nate per limitare i titoli al portatore. Se i trasferimenti tra wallet privati vengono scambiati per passaggi di titoli anonimi, le conseguenze fiscali rischiano di bloccare tutto sul nascere.

Il vero confine tracciato a Washington non riguarda la tecnologia, ma il controllo. Le posizioni emerse fanno pensare che la politica sia molto più vicina a modelli controllati (permissioned) o mediati dalle istituzioni piuttosto che a mercati aperti a tutti. È un modello più facile da gestire per quanto riguarda la sorveglianza e la responsabilità legale.

Questo dibattito riguarda da vicino anche l'Europa e chiunque stia costruendo infrastrutture per i mercati privati on-chain. Il valore non sta nel "tokenizzare" tanto per farlo, quanto nel creare sistemi affidabili in cui tecnologia e regole vadano a braccetto. La differenza non la farà chi emette più asset, ma chi renderà la tokenizzazione integrabile nei processi quotidiani degli investitori e degli operatori.

Il 25 marzo 2026 segna la fine della narrazione dei pionieri: la tokenizzazione è diventata una questione di architettura istituzionale. Il punto non è più dimostrare che si può fare, ma scegliere l'infrastruttura che la renda davvero scalabile e utile.